Schopenhauer
Schopenhauer
La nuova sensibilità filosofica
Schopenhauer riflette sulla condizione umana e analizza le possibili vie per alleviare la sofferenza. Ha una visione pessimista. Nella sua analisi si coglie una nuova attenzione per il singolo e il suo destino. Cambia anche la considerazione del soggetto del sapere , che è un soggetto concreto, “incarnato”. Con Schopenauer cambia il ruolo stesso della filosofia: essa diviene approfondimento della finitezza della condizione umana e si pone attenzione ad aspetti quali l’affettività e la corporeità.
L’opposizione all’ottimismo idealistico
Per Schopenauer, l’ottimismo di coloro che vedono unicamente il bene in questa nostra esistenza non è soltanto un errore teorico, ma anche un iniquità morale. Anche Giacomo Leopardi aveva una visione pessimistica e disincantata della vita.
Il contesto storico: la società industriale del primo ottocento
Nella prima metà dell’ottocento, l’Europa attraverso una profonda trasformazione dal punto di vista tecnico, economico e sociale. La nascente società industriale fa intravedere grandi possibilità di progresso, ma presenta anche risvolti opposti e inquietanti. L’etica del profitto viene scontrarsi con la morale dell’interiorità. Nella visione di Schopenauer si riflette il crollo delle speranze che gli Illuminismo settecentesco avevano nutrito.
Schopenhauer: rappresentazione e volontà
Il contesto di vita
Arthur Schopenhauer nasce nel 1788 da una ricca famiglia borghese. Grazie alla fortunata condizione economica familiare Schopenhauer ha l’opportunità di viaggiare e conoscere i paesi e ambienti stimolanti sul piano umano e culturale. I temi dominanti delle sue meditazioni giovanili sono quelli sulla morte sul mistero dell’eternità, sullo smarrimento di fronte alla grandiosa maestà e potenza della natura, argomenti che Leopardi affronterà nello zibaldone. Schopenhauer ha la possibilità di dedicarsi agli studi classici, in particolare alla filosofia e all’arte greca.
I modelli culturali
Platone accende l’interesse di Schopenhauer, poiché risponde al sincero bisogno di evadere dalla prigione delle cose sensibili per sollevarsi al mondo delle idee; Kant lo appassiona, diventando il suo punto di riferimento. In questo pensatore Schopenhauer trova la più lucida critica al realismo, cioè alla teoria secondo cui le cose hanno una realtà e un significato indipendenti dal soggetto. Di Kant, poi, apprezza la tesi secondo cui nell’uomo c’è una forte aspirazione alla metafisica, ossia ad andare oltre il mondo mutevole e limitato dei fenomeni per attingere la cosa in sé (noumeno), vale a dire la vera essenza della realtà. Nei testi buddisti Schopenhauer ritrova la consapevolezza del carattere effimero dell’esistenza, dell’apparire e del rapido scomparire delle cose; dall’altra intravede la via di liberazione che queste religioni suggeriscono all’uomo.
La duplice prospettiva sulla realtà
Opera di Schopenhauer —> il mondo come volontà e rappresentazione
Tramite quest’opera, l’autore era intenzionato a diffondere la verità sul mondo vile e meschino della filosofia tedesca. In questa opera Schopenhauer vuole rispondere alla domanda “che cos’è il mondo?”. A questa domanda si pone una duplice prospettiva: quella della scienza e quella della filosofia: due visioni che conducono a soluzioni differenti. Secondo la prima, il mondo è una mia rappresentazione; secondo l’altra, che secondo l’autore la più vera e profonda, il mondo è volontà di di vivere .
Il mondo come rappresentazione
Il superamento di realismo e idealismo
Famosa affermazione di Schopenhauer: il mondo è una mia rappresentazione. Ciò significa avere la consapevolezza che non è possibile sapere come le cose siano in sé stesse, ma come soltanto esse si presentano nella mia esperienza, cioè in relazione ai miei organi di senso e alle mie facoltà conoscitive.
Il mondo non esiste se non nel rapporto tra soggetto e oggetto che caratterizza la rappresentazione.per Schopenauer né il soggetto può prevalere sull’oggetto né l’oggetto sul soggetto. Per Schopenauer tutte le cose sono fenomeni.
Spazio e tempo come condizioni a priori della conoscenza
Kant aveva affermato che l’unica realtà accessibile al soggetto umano è quella fenomenica.
Attraverso le forme dello spazio del tempo, organizziamo il materiale percettivo in modo tale che le rappresentazioni appaiono reciprocamente disposte secondo precisi rapporti spaziali e ordinate in una successione temporale.
Si parla di principio individuazione poiché non si può percepire, sentire o conoscere alcuna cosa o avvenimento senza collocarli in uno spazio in un tempo determinati.
Il principio di causalità
Gli oggetti ricevono un ordine dall’intelletto umano attraverso la categoria di causa.
Il principio causale è detto anche principio di ragion sufficiente. Quest’ultimo si presenta in quattro configurazioni diverse.
- come principio del divenire, in quanto spiega la relazione di cause d’effetto tra oggetti naturali
- come principio del conoscere in quanto regola il rapporto logico tra premesse e conseguenze
- come principio dell’essere, in quanto ordina le connessioni spazio-temporali e i rapporti tra enti geometrici e matematici
- come principio dell’agire, in quanto stabilisce la connessione causale tra le azioni che si compiono e i motivi per cui sono compiute
Per Schopenauer nella causalità va ricercato il fondamento della realtà sensibile, la quale è essenzialmente azione reciproca delle cose. Ne consegue che il mondo fenomenico appare dominato da un rigido determinismo, perché non è altro se non un reticolo di rapporti causali colti in relazione a un soggetto conoscente.
Il carattere illusorio della realtà fenomenica
Con il mondo fenomenico, Schopenauer fa coincidere l’ambito della rappresentazione della conoscenza scientifica dominato dalla causalità. Quest’ultimo viene considerato da Kant l’unica conoscenza certa e oggettiva per l’uomo. Schopenauer invece lo intende come una dimensione illusoria e ingannevole.
Schopenhauer utilizza l’espressione “maya”, la quale allude a un velo che si interpone nella conoscenza della vera essenza della realtà.
Il mondo come volontà
Il corpo come chiave di accesso alla verità
Il corpo ha una duplice valenza: da un lato è un oggetto tra gli oggetti; dall’altro è anche la sede in cui si manifesta una forza assolutamente irriducibile alla rappresentazione: questa forza è la volontà.
La volontà di vivere è un impulso forte e irresistibile che ci spinge a esistere e ad agire.
La volontà di vivere come essenza dell’universo
L’impulso che ci porta a mangiare è l’espressione del bisogno di mantenerci in vita; il desiderio sessuale deriva dalla stessa volontà di vivere che, assicura la continuazione della specie. Attraverso la riproduzione si manifesta il desiderio di prolungare l’esistenza individuale oltre il suo limite naturale.
Una volta squarciato il velo di Maya, scopriamo che l’essenza del nostro essere è volontà, desiderio di vivere, di autoconservazione. Tutto dipende da quest’unico principio, da questo irresistibile impeto, che pervade l’universo intero. La volontà è inconsapevole, un impulso naturale antecedente la coscienza; poi è eterna e unica; infine è cieca e non ha nessuno scopo o fine.
La vita come continuo oscillare tra desiderio e noia
La vita, secondo Schopenauer, è dolore. Questa conclusione giunge approfondendo la fenomenologia del volere, il quale rinvia necessariamente al desiderio e a una condizione di privazioni di ciò che si vorrebbe possedere. L’essere umano è destinato a una ricerca della felicità continua e insaziabile. Il piacere è il brevissimo istante dell’attenuazione di una mancanza che subito si ripresenta, l’allentarsi momentaneo di una pensione. L’esistenza è caratterizzata dalla noia, una condizione esistenziale di vuoto, di stasi. La conclusione di Schopenhauer è che nel mondo prevale il dolore.
Le vie di liberazione dal dolore dell’esistenza
Dalla consapevolezza della triste condizione dell’esistenza emerge anche una possibile via d’uscita. Quando il soggetto arriva a capire che l’essenza della vita è la volontà, allora diventa capace di intraprendere il percorso della propria redenzione. Questo è possibile secondo Schopenhauer attraverso l’arte, la morale e l’ascesi, che sciolgono l’essere umano dalla catena infinita dei bisogni e dei desideri.
L’esperienza estetica
L’arte è contemplazione e rappresenta un quietivo per la volontà. Inoltre, l’arte, oggettiva il dolore, lo rende universale ed è indipendente dal mondo dei fenomeni.
La morale
La morale consente di oltrepassare le manifestazioni fenomeniche della volontà ma implica un impegno pratico a favore del prossimo. L’uomo cessa di considerare se stesso come un individuo contrapposto ad altri. L’uomo non compie azioni che possano ledere la volontà degli altri; si ottiene così il diritto. La carità, invece, è la volontà di fare del bene al prossimo. Questa virtù comporta un sentimento di compassione. L’uomo sviluppa un amore disinteressato e un atteggiamento di pietà universale.
L’ascesi
Si realizza attraverso l’esercizio della noluntas, cioè la negazione radicale della volontà. L’uomo deve innanzitutto raggiungere uno stato di perfetta castità: l’umiltà, il digiuno, la povertà, il sacrificio e la rassegnazione sono le virtù tipiche degli asceti. In Schopenhauer la redenzione finale viene riconosciuta nella conquista del nirvana, cioè nell’esperienza del nulla. Il nulla non indica una realtà sostanziale ma è la negazione del mondo.
Commenti
Posta un commento